Andrea Maniero – un direttore tecnico con il calcio tatuato sul cuore

C’è un qualcosa di lui che incanta, indispettisce, attrae, incuriosisce, porta al sorriso e poi alla serietà. Qualcosa che non so meglio definire e che attribuisco provvisoriamente ad uno sguardo intenso color terra bruciata oppure al tatuaggio maori che gli occupa tutto il braccio destro (ndr. di cui lui non vuole spiegare il significato). Una sensazione indefinita che poi, a tu per tu, viene spazzata via dall’onda forte del Calcio, che nelle sue labbra ha potenza di uno tsunami. Il Calcio (con la maiuscola) che lui racconta nella sua vita, il Calcio che vorrebbe dagli atleti dell’Abano, il Calcio che desidera per i bambini e per le generazioni future, il Calcio padovano che frequenta come propria casa o quello professionistico che legge e corregge a partire dalla propria visione. Quel Calcio che per Andrea Maniero – diesse dell’Abano Calcio – si capisce essere una ragione di vita o, come la chiameremmo noi profani, una missione.
Inizia a giocare a 5 anni con la Saonarese, sotto lo sguardo dello zio che ne era il presidente, e i mister lo inseriscono direttamente tra gli under 8. Fa allenamento i pomeriggi per poi passare, a sua detta, al “calcio vero” quello dalle 18 fino all’ultimo minuto prima della cena assieme ai ragazzi grandi, coi compiti rimandati a sera quando il full del calcio gli apre la memoria alle pagine di scuola. Poi a letto presto, nel weekend cena leggera, niente discoteca, coprifuoco stretto per la partita della domenica mattina.

andrea maniero_foto gentilmente ceduta dal Calcio Padova_2

andrea maniero_foto gentilmente ceduta dal Calcio Padova_2

La svolta arriva a 17 anni con il Piove di Sacco che milita in promozione, poi l’eccellenza per 4 anni, fino all’ora del Dolo e dell’Abano con cui approda in serie D e viene venduto alla Luparense. “Per la mia famiglia – racconta lui – quello era già un punto d’arrivo. Mia nonna ritagliava e conservava ogni articolo di giornale con il mio nome. Perché allora non c’era l’obbligo dei giovani in campo: entravi in rosa se eri bravo, altrimenti eri fuori e basta”. A 23 anni la chiamata del Mestre al professionismo in C2, tramite Gianfranco Fonti che lui aveva conosciuto da avversario: “poiché sono stanco di subire i tuoi gol – gli disse Fonti – adesso è ora tu venga al Mestre con me, Andrea”. “Vengo a piedi, di corsa, in qualsiasi modo. Quando inizio? Del denaro parleremo poi, non mi interessa ora” fu la sua risposta. Dopo due stagioni di exploit, il Genova lo chiama nelle proprie fila e 6 mesi dopo riceve contemporaneamente l’offerta del Treviso, della Triestina e del Padova che sceglie di lì in poi come “sogno stabile del cuore”. “Era estate, sono andato in motorino a firmare il contratto del Padova in spiaggia – racconta con un filo di emozione che trapela – perché la verità è che il Padova era proprio il mio sogno. Di lì in poi ho vissuto la maglia della mia città fin troppo intensamente”.
A 25 anni inizia l’avventura biancoscudata che gli si tatua addosso indelebile e di cui (lui lo ammette) gli rimane attuale il segno. Sei stagioni con la maglia della sua città, in cui gioca una delle partite che lui definisce cruciali. “Padova-Torres… e già sapevo che me ne sarei andato, l’allenatore era stato esonerato. Due minuti al fischio di fine, calcio d’angolo, cross e l’ho insaccata in angolo. Quel momento per me non è cancellabile, è assoluto. Non me ne fregava nulla delle condizioni di contorno perché io ero del Padova, per me contava quella maglietta e basta, io giocavo per la mia città e per i tifosi, i loro cori erano “più di tutto”. Racconta la delusione di una certa dirigenza biancoscudata a venire e invece di sintonia oggi ritrovata col nuovo staff “al Padova voglio bene, mi sento a casa con loro. Stanno facendo un buon lavoro”.

andrea maniero giocatore_foto gentilmente ceduta del Calcio Padova

andrea maniero giocatore_foto gentilmente ceduta del Calcio Padova

La questione di cuore rimane negli anni a venire. Dopo il Padova, il Portogruaro in C, nel 2006 il Pavia, poi di nuovo il Portogruaro e dal 2010 l’Abano con cui gioca come punta fino al 2014, siglando il gol finale che riconsegna la società aponense alla serie D dopo oltre 15 anni di serie inferiori. “Vabbè, dice lui, diciamocelo pure il terzo gol che ho fatto io è stato ininfluente per la gara, avevano già fatto tutto i miei compagni prima. Però è stato per me come passare un testimone. Quel gol iconico ha chiuso la stagione di calciatore e ha aperto quella da tecnico. Da Direttore Tecnico per l’esattezza”.
E siete avvisati di chiamarlo Direttore Tecnico e non diesse. “Un DS ha a che fare con la dirigenza, con i versanti più economici e logistici. Ma no, io sono un Direttore Tecnico perché sono in campo coi giocatori. Io amo il calcio e i giocatori, non le squadre”. Alla domanda sul che cosa lo abbia convinto fosse quello il tempo di smettere di giocare, Andrea mi guarda intenso “il tumore, mi hanno diagnosticato un tumore. L’ho curato, oggi sto bene e non ho energie da buttare dentro a situazioni confuse. Faccio il direttore tecnico così come sono io. Senza falsa modestia (ndr. al cui solo nome agita le mani sopra il tavolo innervosito). Se sbaglio chiedo scusa ma non faccio intrallazzi. Ho un obiettivo in testa e lo voglio raggiungere così come ho fatto da calciatore: voglio valorizzare i giocatori giusti al momento giusto credendo al progetto Abano Calcio di cui sono parte. Nella vita non c’è nulla di impossibile: tu per caso ci credevi che l’Abano avrebbe mai vinto con la Triestina?” (ndr. Abano vs Triestina 2-0 del 13.9.2015)”.
Dopo un’ora abbondante di intervista con Andrea Maniero non oso più chiamarlo diesse e, trasportata dalla forza che il Calcio acquisisce nel fiume delle sue parole, gli chiedo se anche sua figlia giochi a pallone e come lui le racconti della magia del calcio: “Giorgia calcia forte – mi risponde lui – anche se fa danza e io vado a vederla. E non le spiego niente del calcio, lo faccio. Palleggio a casa, gioco in giardino, in spiaggia, dagli amici. Lo faccio e basta perché mi fa stare bene. E lei sa di pancia che il calcio per il papà è felicità”.
Equazione perfetta. Calcio = felicità. Dopo i miei 90 minuti con il direttore tecnico Maniero capisco che quel “qualcosa” che di lui rimane si chiama “passione irreversibile”. Nella mia mente il quid provvisorio che avevo legato al suo tatuaggio e al suo sguardo mi si delinea come fuoco puro di chi ama talmente tanto il calcio da mangiarsi la vita. Ripenso alla sua intervista della scorsa domenica post gara (ndr. persa con il Virtus Verona gli ultimi 2 minuti di gioco) “i ragazzi devono avere più fame di centimetri di campo. Talmente tanta fame da alzarsi per andare a prendere quel che desiderano. Il loro gol”.

Andrea conf.stampa diesse con Matteo Canella Ago 2014

Andrea conf.stampa diesse con Matteo Canella Ago 2014

Così, a mia volta, mi alzo – saluto Andrea – e nel tragitto verso l’ufficio mi domando perché tanta pura passione a volte si offuschi nelle nostre vite. Questione di volersela tatuare sul cuore, mi rispondo. E di alzarsi senza falsa modestia per andare a prenderci il gol che ci spetta.

di Barbara Pavin

 

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